
Inflazione al 3,3% e inflazione di fondo all’1,5%: quale dei due numeri riguarda i tuoi risparmi
Il 1° settembre ISTAT ed Eurostat hanno diffuso lo stesso numero: inflazione ad agosto 2026 al 3,3%, in Italia e nell’area euro. Ma nello stesso comunicato ce n’è un secondo, molto meno citato: l’inflazione di fondo italiana è scesa all’1,5%. Capire perché divergono aiuta a leggere la decisione della BCE del 10 settembre, quanto peserà l’autunno sulle bollette e quanto costa davvero la liquidità ferma sul conto.

Settembre 2026: le quattro date che pesano sui tuoi risparmi
Tra la fine di agosto e il 30 settembre 2026 si concentrano quattro appuntamenti che toccano la rata del mutuo, il rendimento della liquidità e le scadenze dichiarative: la stima ISTAT sull’inflazione, la riunione BCE del 10 settembre, i possibili nuovi titoli di Stato per i risparmiatori e il termine del 730 integrativo. Ecco cosa cambia e cosa conviene decidere prima.

Minusvalenze e tasse sugli investimenti: cosa resta dopo la scadenza della delega fiscale del 29 agosto
La delega fiscale scade senza la riforma dei redditi finanziari: resta l’asimmetria tra plusvalenze e minusvalenze, e le perdite del 2022 si azzerano il 31 dicembre 2026.

Jackson Hole 2026: il primo discorso di Kevin Warsh da presidente Fed, e cosa significa per chi ha dollari in portafoglio
Il 27 agosto si apre a Jackson Hole, in Wyoming, il simposio economico che ogni anno riunisce i banchieri centrali di tutto il mondo. Quest’anno ha un motivo di interesse in più: sarà il primo intervento pubblico da presidente della Federal Reserve di Kevin Warsh, in carica dal 15 maggio. E le premesse raccontano una storia diversa da quella che molti si aspettavano quando è stato nominato. Per chi ha fondi, azioni o liquidità in dollari — direttamente o attraverso un fondo comune, anche senza saperlo — capire cosa sta succedendo ai vertici della banca centrale più influente al mondo non è un esercizio accademico.
Il cambio alla guida della Fed
Kevin Warsh è stato confermato dal Senato statunitense il 13 maggio 2026 come 17° presidente della Federal Reserve, succedendo a Jerome Powell. La sua nomina, arrivata dall’amministrazione Trump, era stata letta da molti osservatori come il preludio a una stagione di tagli dei tassi più rapidi. È andata diversamente: nella riunione di giugno, la sua prima da presidente, i tassi sono rimasti fermi; lo stesso è accaduto il 29 luglio, quando il Comitato ha confermato la forchetta al 3,50%-3,75% con un voto di 9 a 3. Tre membri — Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan — non chiedevano un taglio, ma un rialzo fino al 3,75%-4,00%. È la quinta pausa consecutiva: l’ultimo taglio della Fed risale a dicembre 2025.
Perché il board è diviso
Il nodo è l’inflazione. Le pressioni sui prezzi restano elevate negli Stati Uniti, anche per effetto dei dazi commerciali introdotti dall’amministrazione Trump, che si sono trasferiti in parte sui prezzi al consumo. In questo contesto, una parte del Comitato ritiene che tagliare i tassi ora rischi di alimentare ulteriormente l’inflazione, mentre altri membri restano orientati a un allentamento monetario. Lo stesso Warsh, va detto con chiarezza, si è mosso in modo più cauto di quanto molti mercati si aspettassero: nell’ultima riunione non ha nemmeno presentato le proprie proiezioni economiche al Comitato, e il comunicato finale è stato tra i più brevi degli ultimi decenni, privo delle consuete indicazioni prospettiche che di solito orientano gli investitori.
Cosa aspettarsi da Jackson Hole
Il simposio del 27-29 agosto, organizzato dalla Federal Reserve di Kansas City, ha come tema ufficiale “Financial Innovation: Implications for Payments and Policy”. Ma l’attenzione dei mercati sarà quasi interamente sul discorso di Warsh, il primo da presidente in questa sede. Lo stesso Warsh ha anticipato di voler affrontare “grandi domande” sul quadro della politica monetaria, più che annunciare decisioni immediate. È un’occasione che i mercati guardano con attenzione perché arriva a tre settimane dalla riunione Fed del 15-16 settembre, quando il Comitato tornerà a votare con nuove proiezioni economiche aggiornate.
L’impatto sul cambio e sui portafogli italiani
Le incertezze sulla linea della Fed si riflettono già sul cambio euro-dollaro, che a metà agosto oscilla intorno a 1,15-1,16. Non è un dettaglio tecnico: chi ha in portafoglio fondi azionari USA, ETF su indici americani o obbligazioni in dollari senza copertura valutaria, vede il controvalore in euro dei propri investimenti muoversi anche quando le Borse restano ferme. Per fare un esempio semplice: su un investimento di 10.000 euro in un fondo azionario USA non coperto dal cambio, un deprezzamento del dollaro sull’euro del 2% riduce il controvalore in euro di circa 200 euro, indipendentemente dall’andamento dei listini di Wall Street. È un rischio spesso sottovalutato da chi guarda solo alla performance del fondo in dollari.
Il metodo prima delle previsioni
Lo dico da consulente patrimoniale, ex bancario, che oggi affianca nuovi colleghi che si affacciano alla consulenza autonoma: quando la comunicazione di una banca centrale diventa meno prevedibile — come sta accadendo con la Fed di Warsh — inseguire ogni dichiarazione per aggiustare il portafoglio in tempo reale è quasi sempre controproducente. Le banche centrali, una volta insediate, rispondono ai dati economici, non a chi le ha nominate: pensare di anticipare sistematicamente le loro mosse, anche conoscendo bene chi le guida, è un esercizio che raramente premia. Quello che invece fa la differenza è un piano costruito con un consulente patrimoniale, che tenga conto fin dall’inizio della componente valutaria del portafoglio e non solo della scelta dei titoli. Diversificazione reale, anche sul fronte del cambio, e disciplina restano gli strumenti più solidi per attraversare fasi come questa senza lasciarsi guidare dall’emotività di un titolo di giornale. Se volete capire quanto questo scenario tocca il vostro portafoglio, non serve indovinare da soli: contattateci, ci ragioniamo insieme.
Fonti dei dati citati: Federal Reserve, comunicato del FOMC del 29 luglio 2026; Senato degli Stati Uniti, conferma di Kevin Warsh del 13 maggio 2026; Federal Reserve Bank di Kansas City, programma del Jackson Hole Economic Policy Symposium 2026.

Truffe finanziarie online: le tre verifiche da fare prima di versare un euro
Truffe finanziarie online: 235 siti oscurati dalla Consob in sei mesi. Le tre verifiche da fare prima di versare un euro.

Consulenza finanziaria, i numeri del primo semestre 2026: il 92% investito racconta più di ogni previsione
Negli ultimi giorni sono usciti due report che, letti insieme, raccontano meglio di tante analisi dove sta andando il risparmio degli italiani nel 2026. Da una parte Assoreti fotografa la raccolta delle reti di consulenza finanziaria nel primo semestre; dall’altra Assogestioni misura i flussi dell’intera industria del risparmio gestito a giugno. I numeri, messi a confronto, dicono qualcosa di preciso a chi risparmia e a chi lavora in banca: la differenza tra un patrimonio investito e uno lasciato fermo si sta facendo sempre più netta, e passa dal tipo di relazione che si ha con il proprio consulente.
I numeri che arrivano da Assoreti
Nei primi sei mesi del 2026 le reti di consulenza finanziaria abilitate all’offerta fuori sede hanno raccolto 35,1 miliardi di euro, in crescita del 22,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. Solo a giugno la raccolta netta è stata di 4,6 miliardi, +23,4% su base annua. Non è un dato isolato: nei sei mesi il numero di clienti seguiti dalle reti è cresciuto di 173mila unità, superando per la prima volta la soglia dei 5,6 milioni.
Il vero indicatore non è quanto si raccoglie, ma quanto si investe
Il dato che, da consulente patrimoniale, trovo più interessante non è la raccolta in sé, ma la sua composizione. Secondo Assoreti, il 92,4% delle risorse affidate alle reti finisce in prodotti di investimento: 17,2 miliardi in risparmio gestito e 15,2 miliardi in risparmio amministrato. Solo il 7,6%, pari a 2,7 miliardi, resta su conti correnti e depositi. Dentro il risparmio amministrato, a crescere di più sono i titoli di Stato (7,3 miliardi, +21,9%, sostenuti anche dai collocamenti primari) e gli Etf (4,4 miliardi, +39,7%); i certificate sono quasi quintuplicati a 2 miliardi. Nel risparmio gestito, invece, prevale ancora la componente obbligazionaria (2,9 miliardi), seguita da fondi flessibili e azionari.
Un altro segnale va notato: la raccolta netta legata alla consulenza a parcella (fee only e fee on top) ha raggiunto 7,9 miliardi nel semestre. È un modello che in Italia resta minoritario rispetto alla consulenza “in collocamento”, ma cresce, ed è coerente con un mercato che si sposta verso un rapporto più trasparente tra cliente e consulente.
Il quadro più ampio: cosa dice Assogestioni sull’intero settore
Allargando lo sguardo all’intera industria del risparmio gestito, non solo alle reti, il quadro di Assogestioni per giugno mostra una raccolta netta positiva per 2,74 miliardi di euro, dopo il rosso di 3,62 miliardi registrato a maggio; da inizio anno il saldo sale a 2,37 miliardi. A trainare sono i fondi comuni aperti, positivi per 5,25 miliardi, e in particolare gli obbligazionari (1,72 miliardi) e i monetari (1,87 miliardi). Il patrimonio complessivo gestito dall’industria ha raggiunto 2.678 miliardi di euro a fine giugno.
C’è però un dato in controtendenza che merita attenzione: le gestioni di portafoglio, cioè le gestioni patrimoniali individuali, restano in deflusso per 3,72 miliardi nel mese, con la componente istituzionale che perde 4,38 miliardi. È l’ennesimo segnale che il denaro si sta spostando verso soluzioni più flessibili e trasparenti, e in parte verso le reti di consulenza, più che verso i mandati di gestione tradizionali.
Perché le reti crescono mentre altri segmenti arretrano
Lo dico da consulente patrimoniale, ex bancario, che oggi affianca nuovi colleghi che si affacciano alla consulenza autonoma: questi numeri non sono un fenomeno passeggero. Raccontano un cambiamento nel modo in cui i risparmiatori scelgono chi si occupa dei loro soldi. Chi lavora in una rete di consulenza ha, per struttura del modello, un incentivo forte a costruire un piano con il cliente: portafogli diversificati, orizzonti temporali definiti, revisioni periodiche. Chi lavora in banca, soprattutto negli sportelli tradizionali, si trova spesso a gestire relazioni più transazionali, dove la liquidità resta ferma per abitudine, non per scelta consapevole.
Cosa significa per chi oggi lavora in banca
Per un bancario o un private banker che si interroga sul proprio futuro professionale, questi dati sono un termometro utile. Non dicono che la banca tradizionale sia superata, ma indicano con chiarezza dove si sta spostando la fiducia dei risparmiatori: verso chi offre un metodo, una relazione continuativa e strumenti di investimento, non solo prodotti da collocare. È lo stesso percorso che ho fatto io qualche anno fa, e in cui oggi affianco altri colleghi: capire prima i numeri del mercato, poi decidere con lucidità se e come cambiare modello di lavoro.
Il messaggio per chi risparmia: il metodo prima di tutto
Per chi risparmia, il messaggio è altrettanto chiaro. La liquidità ferma sul conto non è una scelta neutra: è una scelta, con un costo, anche quando non se ne ha la percezione. I numeri di questo semestre mostrano che chi si affida a un piano costruito con un consulente patrimoniale tende a investire quasi per intero il proprio patrimonio, diversificando tra gestito e amministrato. Non si tratta di inseguire il mercato o il prodotto del momento, ma di avere una strategia coerente con i propri obiettivi, rivista nel tempo. È il metodo, non l’improvvisazione, a fare la differenza tra un patrimonio che lavora e uno che resta semplicemente parcheggiato.
Chi vuole confrontarsi su come è oggi strutturato il proprio patrimonio, o su un percorso professionale nella consulenza finanziaria, può contattarci: ci ragioniamo insieme.

TFR e fondi pensione: cosa cambia dal 1° luglio 2026 e i 60 giorni da non ignorare
Dal 1° luglio 2026 il TFR va in automatico ai fondi pensione: hai 60 giorni per scegliere. Cosa cambia, chi riguarda e come decidere con consapevolezza.

Perché ho scritto “La partita più lunga”
Quarant’anni di consulenza e quindici anni di golf mi hanno portato a una scoperta inattesa: le decisioni più importanti della vita seguono spesso le stesse regole del campo da golf. Da questa riflessione è nato “La partita più lunga”.

BCE, la decisione del 23 luglio: cosa aspettarsi e cosa fare (prima) con mutuo e risparmi
Il 23 luglio la Banca Centrale Europea torna a riunirsi e a decidere sui tassi. Non è un appuntamento per addetti ai lavori: da quella riunione dipendono la rata di chi ha un mutuo variabile, le condizioni di chi sta per chiedere un prestito e il rendimento di chi ha liquidità ferma sul conto. Dopo il rialzo di giugno — il primo dopo quasi tre anni — la domanda che circola è sempre la stessa: la BCE stringerà ancora o si fermerà? La verità è che nessuno lo sa con certezza, nemmeno a Francoforte. E proprio per questo conviene arrivare al 23 con un piano, non con l’ansia del verdetto.

Dove siamo: i tassi dopo il rialzo di giugno
L’11 giugno il Consiglio direttivo ha alzato i tre tassi di riferimento di 25 punti base. Dal 17 giugno il tasso sui depositi è al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e il rifinanziamento marginale al 2,65%. È stata un’inversione di rotta netta: dopo una lunga stagione di tagli, la BCE ha ricominciato a stringere. Il motivo è uno solo: l’inflazione dell’area euro non sta rientrando abbastanza in fretta verso l’obiettivo del 2%.
Perché il 23 luglio è una data chiave
La riunione del 22 e 23 luglio dirà se quello di giugno è stato un intervento isolato o l’inizio di una nuova serie di rialzi. L’inflazione italiana a giugno è tornata al 3,0% e quella dell’area euro oscilla intorno allo stesso livello: le proiezioni la vedono sopra il 2% ancora per parecchi mesi, con un ritorno all’obiettivo previsto solo verso il 2028. Con numeri così, la banca centrale non può dichiarare vinta la partita. Ma non può nemmeno ignorare che l’economia rallenta: la crescita dell’area euro nel 2026 è stimata intorno allo 0,8%. Alzare troppo significa frenare un motore già lento.
Rialzo o pausa? Cosa dicono Panetta e Lagarde
Le parole di questi giorni aiutano a capire il clima. Il 14 luglio, all’assemblea annuale dell’ABI, il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha definito il rialzo di giugno “una prima risposta misurata” al prevalere dei rischi al rialzo sui prezzi, aggiungendo che il Consiglio deciderà valutando con attenzione l’energia, l’evoluzione dell’economia e la dinamica di salari e prezzi. Traduzione: prudenza, non pilota automatico. Christine Lagarde, dal canto suo, ha ribadito che ogni decisione ha un’unica bussola, riportare l’inflazione al 2%, ma che si procede “riunione per riunione”. Sul piatto, quindi, ci sono due scenari plausibili: un secondo ritocco di 25 punti se l’inflazione — spinta soprattutto dall’energia — dovesse mostrarsi vischiosa, oppure una pausa di osservazione se i dati segnalassero un raffreddamento. Chi vi dice con certezza cosa accadrà, sta tirando a indovinare.
Mutui e prestiti: chi paga il conto
L’effetto più immediato si vede sui mutui a tasso variabile, agganciati all’Euribor, che a inizio giugno viaggiava intorno al 2,3% e si muove seguendo le aspettative sui tassi BCE. Un nuovo rialzo, o anche solo il timore che arrivi, tende a far salire la rata. L’entità dipende da capitale residuo, durata e spread applicato dalla banca: due mutui simili possono reagire in modo diverso. Chi ha già un mutuo a tasso fisso, invece, non vede cambiare nulla. Attenzione anche a prestiti personali, finanziamenti auto e credito al consumo: quando il denaro costa di più, le banche tendono a trasferire l’aumento sui clienti. Qui il numero da guardare non è il TAN pubblicizzato, ma il TAEG, che include tutte le spese.
Risparmi: la liquidità ferma resta il vero rischio
C’è un aspetto che in queste fasi passa spesso in secondo piano: mentre tutti guardano ai mutui, il problema più diffuso resta la liquidità lasciata ferma sul conto. Con l’inflazione ancora intorno al 3%, ogni mese che passa quei soldi perdono potere d’acquisto, che i tassi salgano o meno: il conto corrente non protegge, erode in silenzio. La risposta non è inseguire da soli il prodotto del momento sull’onda dei tassi, ma dare a quella liquidità un orizzonte, un obiettivo e una gestione diversificata costruita sulle proprie esigenze. È qui che una strategia di risparmio gestito, pianificata e seguita nel tempo, fa la differenza rispetto sia all’immobilismo sia al fai-da-te.
Cosa fare, concretamente, prima del 23
Nei giorni che precedono una riunione BCE il lavoro del consulente non è indovinare la mossa di Lagarde — non ci riesce nessuno — ma preparare il portafoglio a reggere entrambi gli esiti. In pratica significa quattro cose. Primo: se hai un mutuo variabile, verifica capitale residuo, parametro di riferimento e sostenibilità della rata anche in uno scenario di tassi più alti più a lungo; valuta con la banca se ha senso un passaggio al fisso. Secondo: se stai per accendere un mutuo, confronta fisso e variabile senza fermarti alla rata iniziale. Terzo: se hai liquidità ferma, dalle un orizzonte e una destinazione, invece di aspettare “il momento giusto”. Quarto: non prendere decisioni irreversibili la sera del 23 sull’onda del titolo di giornale. Le scelte di portafoglio si fanno dentro un piano, a mente fredda.
Conclusione
La decisione del 23 luglio farà notizia per un giorno, poi ne arriverà un’altra a settembre, e un’altra ancora. Chi costruisce la propria strategia inseguendo le riunioni della banca centrale è destinato a muoversi sempre in ritardo e nel momento sbagliato. Chi invece ha un piano costruito sui propri obiettivi — con la giusta liquidità di emergenza, un mutuo sostenibile e una diversificazione vera — può guardare al 23 luglio con curiosità, non con ansia. Il metodo batte l’improvvisazione, soprattutto quando ogni titolo grida “nuovo rialzo”. Se vuoi arrivare a quella data con le idee chiare su mutuo e risparmi, contattaci: ci ragioniamo insieme, a mente fredda.

Guerra in Iran e mercati: cosa cambia davvero per i tuoi risparmi (e gli errori da non ripetere)
Nella notte tra l’8 e il 9 luglio le forze statunitensi hanno colpito 90 obiettivi in Iran; Teheran ha risposto attaccando basi americane in Kuwait e Bahrein. L’accordo provvisorio firmato a metà giugno per fermare la guerra iniziata il 28 febbraio è, nelle parole del presidente Trump, “finito”, e questa settimana sono tornate le sanzioni sul petrolio iraniano. Le prime pagine parlano di nuovo di escalation, e chi ha dei risparmi investiti si fa la domanda di sempre: cosa devo fare? Prima di rispondere, conviene guardare i numeri di queste 48 ore, perché raccontano una storia diversa — e più utile — di quella dei titoli.
Cosa è successo sui mercati, davvero
Martedì 8 luglio le borse europee hanno chiuso in netto calo: Milano -1,22%, Parigi -2,2%, Francoforte -2,23%, Londra -1,66%, con Wall Street negativa in scia. Petrolio e gas in forte rialzo, con il Brent su del 6% in un giorno. Mercoledì 9, però, il quadro era già cambiato: l’Europa ha riaperto in rialzo, lo spread BTP-Bund è sceso in area 79 punti e il Brent, dopo aver toccato 79,5 dollari al barile, è tornato sotto i 78. Chi ha venduto martedì sull’onda della paura ha già perso il rimbalzo di mercoledì. Non è un caso isolato: è il copione tipico degli shock geopolitici.
Hormuz: perché uno stretto di 50 chilometri riguarda anche il tuo conto in banca
Dallo Stretto di Hormuz, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. L’8 luglio lo hanno attraversato appena 14 navi, il numero più basso dalla tregua di metà giugno, e il corridoio di navigazione sostenuto dagli Stati Uniti è rimasto pressoché inattivo. Secondo Goldman Sachs, a giugno la produzione di greggio del Golfo Persico era ancora inferiore di 10,5 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-guerra, e i flussi attraverso il Golfo sono ridiscesi a circa il 71% dei livelli normali. Se i negoziati proseguiranno, le spedizioni potrebbero normalizzarsi entro fine luglio; se falliranno, il petrolio ha spazio per salire ancora. Meno greggio in circolazione significa carburanti e bollette più cari: è così che una crisi a 4.000 chilometri di distanza arriva nel carrello della spesa.
Il paradosso del petrolio: più guerra, prezzi più bassi di marzo
C’è un dato che sorprende molti: oggi, in piena escalation, il Brent costa circa 78 dollari; a fine marzo, nella prima fase del conflitto, aveva superato i 110. Quasi il 30% in meno, nonostante le notizie siano di nuovo pessime. Perché? I mercati hanno imparato a “prezzare” questa crisi: l’OPEC+ ha aumentato la produzione, gli operatori hanno costruito rotte e scorte alternative, e il premio per il rischio si è ridotto. È una lezione preziosa per il risparmiatore: i prezzi non seguono le notizie, seguono le aspettative. Quando leggiamo il titolo allarmante, il mercato lo ha spesso già digerito.
Il vero canale di contagio: inflazione e tassi
Per le famiglie italiane l’effetto più concreto di questa crisi non passa dalle borse, ma dai prezzi. L’energia era già la voce che spingeva l’inflazione italiana (3,0% a giugno, con l’energia regolamentata a +9,3%): un petrolio stabilmente più caro rallenterebbe la discesa dei prezzi attesa per fine anno. I mercati monetari hanno già reagito: il prossimo rialzo della Fed è ora atteso a ottobre anziché a dicembre, e secondo gli operatori entro fine anno potrebbero muoversi al rialzo anche BCE, Bank of England e Bank of Japan. La BCE si riunisce il 23 luglio: dopo il ritocco di giugno (tasso sui depositi al 2,25%), un’inflazione energetica in risalita renderebbe più probabile una nuova stretta. Tradotto: mutui variabili più cari, ma anche rendimenti più alti su obbligazioni e depositi. Ogni shock ha due facce.
La lezione di marzo: il costo del panico
A marzo, con il petrolio sopra i 110 dollari e le borse in caduta, molti risparmiatori hanno venduto “per mettersi al sicuro”. Nei tre mesi successivi i listini hanno recuperato e sono tornati a salire, tanto che a inizio luglio il problema degli analisti era semmai l’eccesso di ottimismo sulle valutazioni. Chi è uscito sui minimi ha trasformato una perdita temporanea in una perdita definitiva, e spesso non è più rientrato. Nei giorni di guerra il lavoro del consulente non è prevedere le mosse di Washington o Teheran — nessuno può — ma impedire che la paura smonti in un pomeriggio un piano costruito in anni. Il metodo batte l’improvvisazione, soprattutto quando i titoli urlano.
Cosa fare, concretamente
Primo: verificare la liquidità di emergenza, perché è quella che permette di non vendere gli investimenti nei momenti sbagliati. Secondo: controllare la diversificazione reale del portafoglio — per aree, valute e classi di attivo: in queste settimane l’oro, sopra i 4.000 dollari l’oncia, ha fatto di nuovo da ammortizzatore, e chi era diversificato ha sofferto molto meno degli indici. Terzo: rileggere il proprio orizzonte temporale: se i soldi investiti servono tra dieci anni, le prossime dieci settimane di titoli di giornale contano poco. Quarto: non fare nulla di irreversibile sull’onda di una notizia. Le decisioni di portafoglio si prendono a mente fredda, dentro un piano, possibilmente con qualcuno che quel piano lo conosce.
Conclusione
Le guerre, per i mercati, sono shock violenti ma storicamente temporanei; le decisioni sbagliate prese durante le guerre, invece, lasciano segni permanenti sui patrimoni. La differenza tra chi attraversa queste fasi e chi ne esce ridimensionato non sta nel prevedere il prossimo missile, ma nell’avere un piano costruito prima, sui propri obiettivi, e la disciplina di rispettarlo. Se questa settimana il tuo portafoglio ti ha tolto il sonno, forse il problema non è la guerra: è che il piano va rivisto. Contattaci: ci ragioniamo insieme, a mente fredda.
