
Il 1° settembre l’ISTAT ha diffuso la stima preliminare dei prezzi al consumo di agosto: +0,5% sul mese e +3,3% su base annua, in netta accelerazione dal +2,9% di luglio. Poche ore prima Eurostat aveva pubblicato il dato flash dell’area euro: anche lì +3,3%, il livello più alto da quasi tre anni. È il numero che ha fatto il giro dei titoli. Ma negli stessi comunicati ce n’è un secondo, molto meno citato, che racconta una storia diversa: l’inflazione di fondo italiana è scesa all’1,5%. Capire perché i due numeri divergono non è un esercizio da economisti: da lì passano sia la decisione della BCE del 10 settembre sia quanto ci costerà l’autunno.
Due numeri nello stesso comunicato
L’indice generale — quello che finisce nei titoli — misura tutto il paniere: energia, alimentari freschi, beni, servizi. L’inflazione di fondo, o “core”, toglie proprio le due voci che oscillano di più, energia e alimentari freschi, e prova a misurare quanto la pressione sui prezzi sia diventata strutturale.
Ad agosto 2026 in Italia il primo indice segna +3,3%, il secondo +1,5%, in lieve calo dal +1,6% di luglio. Non è una contraddizione: è la fotografia di uno shock concentrato in una singola componente. La conferma arriva dalla scomposizione. I beni energetici sono passati da +11,6% a +17,0% su base annua in un solo mese: i regolamentati da +14,8% a +18,8%, i non regolamentati da +11,4% a +16,9%. Nello stesso periodo il cosiddetto carrello della spesa — alimentari, cura della casa e della persona — è rimasto stabile a +1,0%. I beni nel complesso salgono a +4,1%, mentre i servizi rallentano a +2,4%, da +2,7%.
Nell’area euro lo schema è identico: energia a +14,3% da +10,3%, servizi in calo a +3,0% da +3,3%, alimentari e tabacchi fermi a +1,2%. Tradotto: l’inflazione europea non sta risalendo perché salari e consumi corrono. Sta risalendo perché costa di più l’energia.
Da dove arriva la fiammata
Il motore è il gas. Le tensioni internazionali hanno riportato le quotazioni europee ben sopra i 60 euro per MWh sul mercato TTF di Amsterdam, e i prezzi all’ingrosso dell’elettricità italiana hanno superato i 200 euro per MWh: in Italia il prezzo elettrico continua a formarsi sulle centrali a metano quando le rinnovabili non coprono la domanda. Pesa anche un elemento strutturale in vista dell’inverno: a fine agosto gli stoccaggi europei erano pieni solo al 63%, con l’Italia intorno all’80% e la Germania intorno al 50%. In uno scenario di stress con inverno rigido, secondo le simulazioni della Commissione europea, il gas potrebbe attestarsi intorno agli 80 euro per MWh contro i 42,2 dello scenario base.
Quanto pesa sulla bolletta di casa (e la voce contraria)
Qui i numeri diventano personali, e vale la pena riportare entrambe le campane. Secondo un’analisi di Facile.it diffusa il 28 agosto, tra settembre e dicembre 2026 una famiglia tipo con contratto indicizzato sul mercato libero (2.000 kWh e 1.100 Smc l’anno) potrebbe spendere circa 982 euro per luce e gas, contro i 712 euro dello stesso periodo del 2025: 270 euro in più, quasi il 40%.
La stima è però contestata. Elettricità Futura, l’associazione delle imprese elettriche, ha parlato di “allarmismo ingiustificato”: i rialzi più forti riguardano il mercato regolamentato, ormai una nicchia, e oltre metà delle famiglie ha contratti elettrici a prezzo fisso, per definizione non soggetti ad aumenti; per chi ha il prezzo variabile l’impatto sarebbe di 6-7 euro al mese.
Chi ha ragione dipende, letteralmente, dal contratto che si ha in casa. Ed è il primo motivo per cui una notizia macroeconomica non si traduce mai in modo uniforme sul bilancio delle famiglie: prima di reagire a un titolo, conviene guardare il proprio.
Perché il 10 settembre la BCE guarda soprattutto il secondo numero
Il 10 settembre il Consiglio direttivo della BCE si riunisce con le nuove proiezioni dell’Eurosistema. Il contesto: l’11 giugno Francoforte ha alzato i tassi di 25 punti base — la prima stretta dal 2023 — portando il tasso sui depositi al 2,25% dal 17 giugno; il 23 luglio ha scelto di fermarsi. Oggi i mercati scontano in larga parte un secondo rialzo da 0,25%, che porterebbe i depositi al 2,50%.
Il dilemma di una banca centrale davanti a uno shock energetico è antico e ben documentato: la politica monetaria non può abbassare il prezzo del gas. Alzare i tassi non riapre un gasdotto. Quello che i tassi possono fare è impedire che un rincaro dell’energia si trasferisca ai salari e agli altri prezzi, trasformando un aumento temporaneo in inflazione permanente — è la lezione che le banche centrali hanno tratto dagli anni Settanta, quando reagirono troppo tardi. Ecco perché quel secondo numero conta: un’inflazione di fondo all’1,5% dice che, per ora, il contagio non c’è.
Quello che quasi nessuno mi ha spiegato quando ero in banca
Questa distinzione, quando ero in banca, non me l’aveva spiegata nessuno. Oggi che faccio il consulente patrimoniale e affianco i colleghi che stanno uscendo dalla banca, è tra le prime cose che metto sul tavolo: il numero che fa male in bolletta e il numero che orienta la politica monetaria non coincidono quasi mai, e confonderli porta a decisioni sbagliate in entrambe le direzioni. C’è chi vende un piano di lungo periodo perché “l’inflazione è tornata al 3,3%”, e chi al contrario resta immobile perché “tanto l’inflazione di fondo è all’1,5%”.
Il metodo, qui, batte l’improvvisazione in modo quasi banale: non perché preveda cosa deciderà Francoforte, ma perché separa in anticipo le cose che vanno gestite subito — un contratto energia da rinegoziare, una rata variabile da stressare — da quelle che non vanno toccate per nessun motivo, come un piano di accumulo a dieci anni.
Il numero da tenere in agenda
Ce n’è un terzo, di numero, che vale più di entrambi per chi ha risparmi fermi: l’inflazione acquisita per il 2026 è al 2,9% per l’indice generale (e all’1,9% per la componente di fondo). È l’inflazione che l’anno registrerebbe anche se i prezzi restassero fermi da qui a dicembre. Non è una previsione: è già scritto. Su 50.000 euro parcheggiati sul conto significa circa 1.450 euro di potere d’acquisto in meno in dodici mesi — un costo che non compare in nessun estratto conto, perché il saldo resta identico.
Le prossime tappe sono già fissate, in quest’ordine: giovedì 10 settembre decide la BCE, il 16 esce il dato ISTAT definitivo di agosto e il 17 il quadro completo dell’area euro. Nessuna di queste date chiede di stravolgere un portafoglio: chiedono di sapere, prima che arrivino, quanta parte dei propri risparmi è esposta ai tassi, quanta liquidità serve davvero come riserva e quale scadenza hanno realmente i propri obiettivi.
Se non l’avete mai messo per iscritto, questo è il momento buono: contattateci, ci ragioniamo insieme — prima del 10 settembre, non il giorno dopo.
Fonti dei dati citati: ISTAT, stima preliminare prezzi al consumo di agosto 2026 (1° settembre 2026); Eurostat, stima flash inflazione area euro di agosto 2026 (1° settembre 2026); BCE, decisioni di politica monetaria dell’11 giugno e del 23 luglio 2026; analisi Facile.it del 28 agosto 2026 e nota di Elettricità Futura.
