
Consulenza finanziaria, i numeri del primo semestre 2026: il 92% investito racconta più di ogni previsione
Negli ultimi giorni sono usciti due report che, letti insieme, raccontano meglio di tante analisi dove sta andando il risparmio degli italiani nel 2026. Da una parte Assoreti fotografa la raccolta delle reti di consulenza finanziaria nel primo semestre; dall’altra Assogestioni misura i flussi dell’intera industria del risparmio gestito a giugno. I numeri, messi a confronto, dicono qualcosa di preciso a chi risparmia e a chi lavora in banca: la differenza tra un patrimonio investito e uno lasciato fermo si sta facendo sempre più netta, e passa dal tipo di relazione che si ha con il proprio consulente.
I numeri che arrivano da Assoreti
Nei primi sei mesi del 2026 le reti di consulenza finanziaria abilitate all’offerta fuori sede hanno raccolto 35,1 miliardi di euro, in crescita del 22,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. Solo a giugno la raccolta netta è stata di 4,6 miliardi, +23,4% su base annua. Non è un dato isolato: nei sei mesi il numero di clienti seguiti dalle reti è cresciuto di 173mila unità, superando per la prima volta la soglia dei 5,6 milioni.
Il vero indicatore non è quanto si raccoglie, ma quanto si investe
Il dato che, da consulente patrimoniale, trovo più interessante non è la raccolta in sé, ma la sua composizione. Secondo Assoreti, il 92,4% delle risorse affidate alle reti finisce in prodotti di investimento: 17,2 miliardi in risparmio gestito e 15,2 miliardi in risparmio amministrato. Solo il 7,6%, pari a 2,7 miliardi, resta su conti correnti e depositi. Dentro il risparmio amministrato, a crescere di più sono i titoli di Stato (7,3 miliardi, +21,9%, sostenuti anche dai collocamenti primari) e gli Etf (4,4 miliardi, +39,7%); i certificate sono quasi quintuplicati a 2 miliardi. Nel risparmio gestito, invece, prevale ancora la componente obbligazionaria (2,9 miliardi), seguita da fondi flessibili e azionari.
Un altro segnale va notato: la raccolta netta legata alla consulenza a parcella (fee only e fee on top) ha raggiunto 7,9 miliardi nel semestre. È un modello che in Italia resta minoritario rispetto alla consulenza “in collocamento”, ma cresce, ed è coerente con un mercato che si sposta verso un rapporto più trasparente tra cliente e consulente.
Il quadro più ampio: cosa dice Assogestioni sull’intero settore
Allargando lo sguardo all’intera industria del risparmio gestito, non solo alle reti, il quadro di Assogestioni per giugno mostra una raccolta netta positiva per 2,74 miliardi di euro, dopo il rosso di 3,62 miliardi registrato a maggio; da inizio anno il saldo sale a 2,37 miliardi. A trainare sono i fondi comuni aperti, positivi per 5,25 miliardi, e in particolare gli obbligazionari (1,72 miliardi) e i monetari (1,87 miliardi). Il patrimonio complessivo gestito dall’industria ha raggiunto 2.678 miliardi di euro a fine giugno.
C’è però un dato in controtendenza che merita attenzione: le gestioni di portafoglio, cioè le gestioni patrimoniali individuali, restano in deflusso per 3,72 miliardi nel mese, con la componente istituzionale che perde 4,38 miliardi. È l’ennesimo segnale che il denaro si sta spostando verso soluzioni più flessibili e trasparenti, e in parte verso le reti di consulenza, più che verso i mandati di gestione tradizionali.
Perché le reti crescono mentre altri segmenti arretrano
Lo dico da consulente patrimoniale, ex bancario, che oggi affianca nuovi colleghi che si affacciano alla consulenza autonoma: questi numeri non sono un fenomeno passeggero. Raccontano un cambiamento nel modo in cui i risparmiatori scelgono chi si occupa dei loro soldi. Chi lavora in una rete di consulenza ha, per struttura del modello, un incentivo forte a costruire un piano con il cliente: portafogli diversificati, orizzonti temporali definiti, revisioni periodiche. Chi lavora in banca, soprattutto negli sportelli tradizionali, si trova spesso a gestire relazioni più transazionali, dove la liquidità resta ferma per abitudine, non per scelta consapevole.
Cosa significa per chi oggi lavora in banca
Per un bancario o un private banker che si interroga sul proprio futuro professionale, questi dati sono un termometro utile. Non dicono che la banca tradizionale sia superata, ma indicano con chiarezza dove si sta spostando la fiducia dei risparmiatori: verso chi offre un metodo, una relazione continuativa e strumenti di investimento, non solo prodotti da collocare. È lo stesso percorso che ho fatto io qualche anno fa, e in cui oggi affianco altri colleghi: capire prima i numeri del mercato, poi decidere con lucidità se e come cambiare modello di lavoro.
Il messaggio per chi risparmia: il metodo prima di tutto
Per chi risparmia, il messaggio è altrettanto chiaro. La liquidità ferma sul conto non è una scelta neutra: è una scelta, con un costo, anche quando non se ne ha la percezione. I numeri di questo semestre mostrano che chi si affida a un piano costruito con un consulente patrimoniale tende a investire quasi per intero il proprio patrimonio, diversificando tra gestito e amministrato. Non si tratta di inseguire il mercato o il prodotto del momento, ma di avere una strategia coerente con i propri obiettivi, rivista nel tempo. È il metodo, non l’improvvisazione, a fare la differenza tra un patrimonio che lavora e uno che resta semplicemente parcheggiato.
Chi vuole confrontarsi su come è oggi strutturato il proprio patrimonio, o su un percorso professionale nella consulenza finanziaria, può contattarci: ci ragioniamo insieme.

TFR e fondi pensione: cosa cambia dal 1° luglio 2026 e i 60 giorni da non ignorare
Dal 1° luglio 2026 il TFR va in automatico ai fondi pensione: hai 60 giorni per scegliere. Cosa cambia, chi riguarda e come decidere con consapevolezza.

Perché ho scritto “La partita più lunga”
Quarant’anni di consulenza e quindici anni di golf mi hanno portato a una scoperta inattesa: le decisioni più importanti della vita seguono spesso le stesse regole del campo da golf. Da questa riflessione è nato “La partita più lunga”.

BCE, la decisione del 23 luglio: cosa aspettarsi e cosa fare (prima) con mutuo e risparmi
Il 23 luglio la Banca Centrale Europea torna a riunirsi e a decidere sui tassi. Non è un appuntamento per addetti ai lavori: da quella riunione dipendono la rata di chi ha un mutuo variabile, le condizioni di chi sta per chiedere un prestito e il rendimento di chi ha liquidità ferma sul conto. Dopo il rialzo di giugno — il primo dopo quasi tre anni — la domanda che circola è sempre la stessa: la BCE stringerà ancora o si fermerà? La verità è che nessuno lo sa con certezza, nemmeno a Francoforte. E proprio per questo conviene arrivare al 23 con un piano, non con l’ansia del verdetto.

Dove siamo: i tassi dopo il rialzo di giugno
L’11 giugno il Consiglio direttivo ha alzato i tre tassi di riferimento di 25 punti base. Dal 17 giugno il tasso sui depositi è al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e il rifinanziamento marginale al 2,65%. È stata un’inversione di rotta netta: dopo una lunga stagione di tagli, la BCE ha ricominciato a stringere. Il motivo è uno solo: l’inflazione dell’area euro non sta rientrando abbastanza in fretta verso l’obiettivo del 2%.
Perché il 23 luglio è una data chiave
La riunione del 22 e 23 luglio dirà se quello di giugno è stato un intervento isolato o l’inizio di una nuova serie di rialzi. L’inflazione italiana a giugno è tornata al 3,0% e quella dell’area euro oscilla intorno allo stesso livello: le proiezioni la vedono sopra il 2% ancora per parecchi mesi, con un ritorno all’obiettivo previsto solo verso il 2028. Con numeri così, la banca centrale non può dichiarare vinta la partita. Ma non può nemmeno ignorare che l’economia rallenta: la crescita dell’area euro nel 2026 è stimata intorno allo 0,8%. Alzare troppo significa frenare un motore già lento.
Rialzo o pausa? Cosa dicono Panetta e Lagarde
Le parole di questi giorni aiutano a capire il clima. Il 14 luglio, all’assemblea annuale dell’ABI, il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha definito il rialzo di giugno “una prima risposta misurata” al prevalere dei rischi al rialzo sui prezzi, aggiungendo che il Consiglio deciderà valutando con attenzione l’energia, l’evoluzione dell’economia e la dinamica di salari e prezzi. Traduzione: prudenza, non pilota automatico. Christine Lagarde, dal canto suo, ha ribadito che ogni decisione ha un’unica bussola, riportare l’inflazione al 2%, ma che si procede “riunione per riunione”. Sul piatto, quindi, ci sono due scenari plausibili: un secondo ritocco di 25 punti se l’inflazione — spinta soprattutto dall’energia — dovesse mostrarsi vischiosa, oppure una pausa di osservazione se i dati segnalassero un raffreddamento. Chi vi dice con certezza cosa accadrà, sta tirando a indovinare.
Mutui e prestiti: chi paga il conto
L’effetto più immediato si vede sui mutui a tasso variabile, agganciati all’Euribor, che a inizio giugno viaggiava intorno al 2,3% e si muove seguendo le aspettative sui tassi BCE. Un nuovo rialzo, o anche solo il timore che arrivi, tende a far salire la rata. L’entità dipende da capitale residuo, durata e spread applicato dalla banca: due mutui simili possono reagire in modo diverso. Chi ha già un mutuo a tasso fisso, invece, non vede cambiare nulla. Attenzione anche a prestiti personali, finanziamenti auto e credito al consumo: quando il denaro costa di più, le banche tendono a trasferire l’aumento sui clienti. Qui il numero da guardare non è il TAN pubblicizzato, ma il TAEG, che include tutte le spese.
Risparmi: la liquidità ferma resta il vero rischio
C’è un aspetto che in queste fasi passa spesso in secondo piano: mentre tutti guardano ai mutui, il problema più diffuso resta la liquidità lasciata ferma sul conto. Con l’inflazione ancora intorno al 3%, ogni mese che passa quei soldi perdono potere d’acquisto, che i tassi salgano o meno: il conto corrente non protegge, erode in silenzio. La risposta non è inseguire da soli il prodotto del momento sull’onda dei tassi, ma dare a quella liquidità un orizzonte, un obiettivo e una gestione diversificata costruita sulle proprie esigenze. È qui che una strategia di risparmio gestito, pianificata e seguita nel tempo, fa la differenza rispetto sia all’immobilismo sia al fai-da-te.
Cosa fare, concretamente, prima del 23
Nei giorni che precedono una riunione BCE il lavoro del consulente non è indovinare la mossa di Lagarde — non ci riesce nessuno — ma preparare il portafoglio a reggere entrambi gli esiti. In pratica significa quattro cose. Primo: se hai un mutuo variabile, verifica capitale residuo, parametro di riferimento e sostenibilità della rata anche in uno scenario di tassi più alti più a lungo; valuta con la banca se ha senso un passaggio al fisso. Secondo: se stai per accendere un mutuo, confronta fisso e variabile senza fermarti alla rata iniziale. Terzo: se hai liquidità ferma, dalle un orizzonte e una destinazione, invece di aspettare “il momento giusto”. Quarto: non prendere decisioni irreversibili la sera del 23 sull’onda del titolo di giornale. Le scelte di portafoglio si fanno dentro un piano, a mente fredda.
Conclusione
La decisione del 23 luglio farà notizia per un giorno, poi ne arriverà un’altra a settembre, e un’altra ancora. Chi costruisce la propria strategia inseguendo le riunioni della banca centrale è destinato a muoversi sempre in ritardo e nel momento sbagliato. Chi invece ha un piano costruito sui propri obiettivi — con la giusta liquidità di emergenza, un mutuo sostenibile e una diversificazione vera — può guardare al 23 luglio con curiosità, non con ansia. Il metodo batte l’improvvisazione, soprattutto quando ogni titolo grida “nuovo rialzo”. Se vuoi arrivare a quella data con le idee chiare su mutuo e risparmi, contattaci: ci ragioniamo insieme, a mente fredda.

Guerra in Iran e mercati: cosa cambia davvero per i tuoi risparmi (e gli errori da non ripetere)
Nella notte tra l’8 e il 9 luglio le forze statunitensi hanno colpito 90 obiettivi in Iran; Teheran ha risposto attaccando basi americane in Kuwait e Bahrein. L’accordo provvisorio firmato a metà giugno per fermare la guerra iniziata il 28 febbraio è, nelle parole del presidente Trump, “finito”, e questa settimana sono tornate le sanzioni sul petrolio iraniano. Le prime pagine parlano di nuovo di escalation, e chi ha dei risparmi investiti si fa la domanda di sempre: cosa devo fare? Prima di rispondere, conviene guardare i numeri di queste 48 ore, perché raccontano una storia diversa — e più utile — di quella dei titoli.
Cosa è successo sui mercati, davvero
Martedì 8 luglio le borse europee hanno chiuso in netto calo: Milano -1,22%, Parigi -2,2%, Francoforte -2,23%, Londra -1,66%, con Wall Street negativa in scia. Petrolio e gas in forte rialzo, con il Brent su del 6% in un giorno. Mercoledì 9, però, il quadro era già cambiato: l’Europa ha riaperto in rialzo, lo spread BTP-Bund è sceso in area 79 punti e il Brent, dopo aver toccato 79,5 dollari al barile, è tornato sotto i 78. Chi ha venduto martedì sull’onda della paura ha già perso il rimbalzo di mercoledì. Non è un caso isolato: è il copione tipico degli shock geopolitici.
Hormuz: perché uno stretto di 50 chilometri riguarda anche il tuo conto in banca
Dallo Stretto di Hormuz, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. L’8 luglio lo hanno attraversato appena 14 navi, il numero più basso dalla tregua di metà giugno, e il corridoio di navigazione sostenuto dagli Stati Uniti è rimasto pressoché inattivo. Secondo Goldman Sachs, a giugno la produzione di greggio del Golfo Persico era ancora inferiore di 10,5 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-guerra, e i flussi attraverso il Golfo sono ridiscesi a circa il 71% dei livelli normali. Se i negoziati proseguiranno, le spedizioni potrebbero normalizzarsi entro fine luglio; se falliranno, il petrolio ha spazio per salire ancora. Meno greggio in circolazione significa carburanti e bollette più cari: è così che una crisi a 4.000 chilometri di distanza arriva nel carrello della spesa.
Il paradosso del petrolio: più guerra, prezzi più bassi di marzo
C’è un dato che sorprende molti: oggi, in piena escalation, il Brent costa circa 78 dollari; a fine marzo, nella prima fase del conflitto, aveva superato i 110. Quasi il 30% in meno, nonostante le notizie siano di nuovo pessime. Perché? I mercati hanno imparato a “prezzare” questa crisi: l’OPEC+ ha aumentato la produzione, gli operatori hanno costruito rotte e scorte alternative, e il premio per il rischio si è ridotto. È una lezione preziosa per il risparmiatore: i prezzi non seguono le notizie, seguono le aspettative. Quando leggiamo il titolo allarmante, il mercato lo ha spesso già digerito.
Il vero canale di contagio: inflazione e tassi
Per le famiglie italiane l’effetto più concreto di questa crisi non passa dalle borse, ma dai prezzi. L’energia era già la voce che spingeva l’inflazione italiana (3,0% a giugno, con l’energia regolamentata a +9,3%): un petrolio stabilmente più caro rallenterebbe la discesa dei prezzi attesa per fine anno. I mercati monetari hanno già reagito: il prossimo rialzo della Fed è ora atteso a ottobre anziché a dicembre, e secondo gli operatori entro fine anno potrebbero muoversi al rialzo anche BCE, Bank of England e Bank of Japan. La BCE si riunisce il 23 luglio: dopo il ritocco di giugno (tasso sui depositi al 2,25%), un’inflazione energetica in risalita renderebbe più probabile una nuova stretta. Tradotto: mutui variabili più cari, ma anche rendimenti più alti su obbligazioni e depositi. Ogni shock ha due facce.
La lezione di marzo: il costo del panico
A marzo, con il petrolio sopra i 110 dollari e le borse in caduta, molti risparmiatori hanno venduto “per mettersi al sicuro”. Nei tre mesi successivi i listini hanno recuperato e sono tornati a salire, tanto che a inizio luglio il problema degli analisti era semmai l’eccesso di ottimismo sulle valutazioni. Chi è uscito sui minimi ha trasformato una perdita temporanea in una perdita definitiva, e spesso non è più rientrato. Nei giorni di guerra il lavoro del consulente non è prevedere le mosse di Washington o Teheran — nessuno può — ma impedire che la paura smonti in un pomeriggio un piano costruito in anni. Il metodo batte l’improvvisazione, soprattutto quando i titoli urlano.
Cosa fare, concretamente
Primo: verificare la liquidità di emergenza, perché è quella che permette di non vendere gli investimenti nei momenti sbagliati. Secondo: controllare la diversificazione reale del portafoglio — per aree, valute e classi di attivo: in queste settimane l’oro, sopra i 4.000 dollari l’oncia, ha fatto di nuovo da ammortizzatore, e chi era diversificato ha sofferto molto meno degli indici. Terzo: rileggere il proprio orizzonte temporale: se i soldi investiti servono tra dieci anni, le prossime dieci settimane di titoli di giornale contano poco. Quarto: non fare nulla di irreversibile sull’onda di una notizia. Le decisioni di portafoglio si prendono a mente fredda, dentro un piano, possibilmente con qualcuno che quel piano lo conosce.
Conclusione
Le guerre, per i mercati, sono shock violenti ma storicamente temporanei; le decisioni sbagliate prese durante le guerre, invece, lasciano segni permanenti sui patrimoni. La differenza tra chi attraversa queste fasi e chi ne esce ridimensionato non sta nel prevedere il prossimo missile, ma nell’avere un piano costruito prima, sui propri obiettivi, e la disciplina di rispettarlo. Se questa settimana il tuo portafoglio ti ha tolto il sonno, forse il problema non è la guerra: è che il piano va rivisto. Contattaci: ci ragioniamo insieme, a mente fredda.

Inflazione al 3%: perché i risparmi fermi sul conto perdono anche quando i prezzi rallentano
Il 30 giugno l’ISTAT ha diffuso la stima provvisoria dei prezzi al consumo di giugno 2026: l’inflazione italiana rallenta al +3,0% su base annua, dal +3,2% di maggio, con una variazione nulla sul mese. È una buona notizia, e i titoli l’hanno raccontata come tale. Ma per chi ha dei risparmi da proteggere il messaggio va letto con attenzione: “inflazione che scende” non vuol dire “prezzi che scendono”. Vuol dire che continuano a salire, solo un po’ più lentamente. E finché salgono, la liquidità ferma sul conto perde valore ogni giorno. Vediamo cosa dicono davvero i dati e cosa può farne un risparmiatore.
Il dato di giugno, in breve
L’indice nazionale (NIC) segna +3,0% annuo e 0,0% sul mese; l’indice armonizzato europeo (IPCA) è a +3,1%. Il rallentamento rispetto a maggio è reale ma modesto, e nasce soprattutto dagli alimentari non lavorati (dal +5,5% al +4,5%) e da alcuni servizi (trasporti e ricreativi). L’inflazione di fondo, quella al netto di energia e alimentari freschi, scende di un soffio, dal +1,7% al +1,6%: segno che la pressione “strutturale” sui prezzi si sta raffreddando, ma lentamente.
Attenzione all’energia: il freno non vale per tutti
Sotto la media si nasconde un’accelerazione che riguarda da vicino le famiglie: i prezzi dell’energia regolamentata passano dal +5,6% al +9,3%, mentre quelli dell’energia non regolamentata restano sopra il +12%. Tradotto: bollette e carburanti continuano a correre. È il classico caso in cui il dato “medio” tranquillizza, ma la voce di spesa più sentita dal portafoglio va nella direzione opposta. Per questo è utile guardare oltre il titolo e chiedersi come si compone davvero l’aumento dei prezzi.
Quanto costa la liquidità ferma
Qui arriva il punto che tocca ogni risparmiatore. Con un’inflazione al 3%, 50.000 euro lasciati su un conto corrente che non rende quasi nulla perdono circa 1.500 euro di potere d’acquisto in un anno. Non è una perdita che vedi sull’estratto conto — il saldo resta 50.000 — ma è una perdita reale: con quei soldi, tra dodici mesi, comprerai meno cose. Lo dico da ex bancario, dopo anni passati a guardare i conti dei clienti: il conto corrente dà una sicurezza psicologica preziosa, ma non è gratis. Ha un costo silenzioso, che cresce proprio quando l’inflazione resta elevata.
Perché il tempo gioca contro chi aspetta
C’è un altro numero poco citato ma molto istruttivo: l’inflazione “acquisita” per il 2026 è già al +2,6%. Significa che, anche se da domani i prezzi restassero fermi per tutto il resto dell’anno, l’inflazione media del 2026 sarebbe comunque intorno a quel livello. Gran parte dell’erosione di quest’anno, insomma, è ormai scritta. Aspettare “che passi” non annulla il costo: lo lascia semplicemente maturare.
Il contesto: tassi in rialzo e mercati nervosi
Il quadro va inquadrato nella mossa della BCE dell’11 giugno, che ha alzato i tassi per la prima volta dopo tre anni, portando il tasso sui depositi al 2,25% in risposta proprio alle rinnovate pressioni sui prezzi, energia in testa. Tassi più alti significano rendimenti potenzialmente più interessanti su alcune soluzioni di liquidità e obbligazionarie, ma anche possibili tensioni sui prezzi dei titoli a tasso fisso già in portafoglio. È un contesto che premia le scelte ordinate e penalizza l’improvvisazione.
Cosa può fare concretamente un risparmiatore
Non serve inseguire il rendimento del mese né spostare tutto sull’onda dell’ultima notizia. Serve un metodo, e si può riassumere in tre passaggi. Primo: definire la liquidità di emergenza davvero necessaria — in genere qualche mese di spese — e tenerla ferma, accettando che quella parte “costi” un po’ di inflazione in cambio di tranquillità. Secondo: dare al resto del capitale un orizzonte e un obiettivo, perché è l’orizzonte temporale, non la paura, a determinare quanto rischio è sensato prendersi. Terzo: diversificare, così da non dipendere da un singolo strumento, da una singola scadenza o da un singolo scenario.
In sintesi
Il rallentamento dell’inflazione a giugno è un segnale incoraggiante, ma non un cessato allarme per chi tiene fermi i propri risparmi. Il rischio più sottovalutato, in questi mesi, non è quello dei mercati: è quello di non fare nulla e lasciare che il potere d’acquisto si assottigli in silenzio. Come sempre, la differenza non la fa “indovinare” il momento giusto, ma avere un piano costruito sui propri obiettivi. Se vuoi capire quanto ti sta costando davvero la liquidità ferma e come impostare quel piano, contattaci: ci ragioniamo insieme, numeri alla mano.
